Sommario
- 1 L’assassinio. Trent’anni di “buio” sul massacro di don Cesare Boschin
- 2 DON CESARE, TRENT’ANNI SENZA UNA VERITA’
- 3 Preti uccisi dalle mafie. Storie di chi per amore del suo popolo non ha taciuto
- 4 Sono passati trent’anni, verità per don Cesare Boschin
- 5 Dopo ventotto anni ancora nessuna giustizia per Don Cesare Boschin.
- 6 Don Cesare, quel prete di periferia che difendeva Borgo Montello
- 7 LINDA BANO – ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA
- 8 Dibattito streaming su Don Cesare Boschin: La Notte del Mistero
- 9 Don Cesare a “Chi l’ha visto” – RAI 3
- 10 Chi ha ucciso don Cesare Boschin, il prete incaprettato e soffocato con la dentiera?
- 11 Delitto di Don Boschin, la verità nelle parole di un suo stretto collaboratore?
- 12 Latina Delitto di don Cesare Boschin, interrogatori della Dia di Napoli sui conti correnti del parroco
- 13 CRONACHE DEL MARZO 1995 E DI OGGI
- 14 Latina, quello strano delitto di don Cesare negli atti parlamentari. Cipriani rispolvera l’interrogazione di Piscitello
- 15 TESTO INTEGRALE DELL’INTERROGAZIONE PARLAMENTARE DELL’ON. CALOGERO PISCITELLO
- 16 Lettera ai giornali
- 17 Intervista di Claudio Gatto a “RADIOCUSANOCAMPUS” sul caso irrisolto dell’omicidio di Don Cesare Boschin
- 18 DON CESARE – NOSTRO PARROCO PER 40 ANNI
- 19 DON CESARE BOSCHIN: BREVE BIOGRAFIA
- 20 Riportiamo un documento importante tratto dagli ATTI PARLAMENTARI 2011 riguardante la tragica morte di Don Cesare
L’assassinio. Trent’anni di “buio” sul massacro di don Cesare Boschin
Pino Ciociola sabato 29 marzo 2025
Borgo Montello (Latina). Il 30 marzo 1995 il parroco viene trovato incaprettato in casa. I suoi parrocchiani (ma non solo) sanno che voleva denunciare il traffico di rifiuti tossici nella discarica…
Nel suo letto, incaprettato, ossa spaccate, tumefatto, nastro adesivo alla gola, la dentiera – accerterà poi l’autopsia – spinta in gola a pugni, che l’ha strozzato: 30 marzo 1995, trovano così don Cesare Boschin e non si troveranno mai più le sue due agendine. Però al polso ha l’orologio e nella tasca della tonaca, appesa alla porta, c’è il portafoglio con 700mila lire e dentro una scatola nell’armadio, neanche nascosta, 7 milioni in contanti. Le indagini, stranamente superficiali, veloci e senza logica, dureranno otto mesi scarsi, poi l’omicidio sarà liquidato come conseguenza di una… rapina. A nessuno verrà in mente, per esempio, d’esaminare i tabulati telefonici di don Cesare o di tener conto del testimone che quella notte, tornando a casa dopo esser stato con la fidanzata, verso le due vede tre uomini andarsene da lì senza dare nell’occhio. Qualcuno prova addirittura a buttarla su faccende gay oppure di pedofilia, depistaggi messi in giro ad arte, reggono poco o nulla. La gente che conosce don Cesare capisce invece subito: il suo massacro può avere un solo movente, la discarica vicina alla parrocchia di Borgo Montello (Latina), nata nel 1971. Quarta d’Italia per estensione e per quantità di rifiuti, compresi milioni di tonnellate di scarti tossici che non dovrebbero stare qui, soprattutto fusti o fanghi, invece ci marciscono da decenni.
Ha ottantuno anni, don Cesare. Cocciuto, poco estroverso, determinato. E malato terminale di cancro ai polmoni, ne ha ancora per qualche mese. «So quanto accade lì. Andrò a Roma e farò risolvere il problema», aveva confidato poco prima d’essere ammazzato a certi suoi parrocchiani (e poco dopo aver chiamato un politico assai influente proprio nella Capitale). La sera del 29 marzo alcuni di loro restano con lui fin quasi a mezzanotte, poi vanno via. Il prete non vorrebbe dormire da solo, non è affatto tranquillo, chiede a un confratello di rimanere, nelle ultime settimane sono arrivate strane telefonate, sono andati anche a trovarlo due signori che aveva dovuto far entrare, ma nemmeno invitato a sedersi e non era affatto sua abitudine.
Don Cesare lo trova la sua perpetua, Franca, che, molti anni dopo, non ha granché voglia di parlarne, però non ha dimenticato nulla. «Non so perché sia stato ucciso», mette in chiaro prima del resto. Nemmeno sa se avesse ricevuto minacce, però – dice – «avevo sentito dei rumori (in casa, ndr) una, due settimane prima, da sopra avevo chiesto se ci fosse qualcuno, sono andata giù a vedere, nessuno. Quei rumori ce li ho ancora in mente…».
La mattina in cui la donna trova il corpo del sacerdote «fa freddo, la notte c’era stato un vento tremendo. Verso le nove, passo sotto la sua casa, vedo le imposte ancora chiuse e penso “si sente male, non ce la fa ad alzarsi”. Il portoncino è semiaperto, immagino sia arrivata una signora anziana, Maria, che viene tutti i giorni. Lo chiudo, vado su, salgo una rampa di scale, arrivo al piccolo pianerottolo, poi prima dell’altra rampa, in cima, vedo due cassetti rovesciati a terra. Continuo e dietro una vetrata, quasi subito s’affaccia la cameretta di don Cesare, faccio un paio di passi dicendo “Don Ce’, ma che è successo stamattina?!” e lo trovo. Sul letto, in quel modo, uno choc, una paura, penso che potrebbe ancora esserci qualcuno, scappo via, corro a chiamare un vicino».
La donna nemmeno si rende subito conto ch’è morto: «La luce è spenta e le imposte appunto chiuse». Allora «torniamo su con il vicino, vedo bene il corpo di don Cesare, ha le mani legate con lo scotch, quello largo, da pacchi. Ha anche un asciugamano sporco di sangue sui piedi. Ci sono i suoi pantaloni a terra, vicino la porta». Altro: «Chi l’ha visto nudo ha raccontato che aveva dei lividi, che l’avevano menato». Riproviamo: è stato ucciso per la discarica? «Non lo so, questi discorsi con me non li faceva e quando c’era gente chiudeva la porta», ribatte la perpetua. Amen.
Il fatto è che don Cesare davvero sa «quanto accade» lì. Sa, per esempio, come la camorra controlli quel territorio e i casalesi lo gestiscano da un pezzo, il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone (cugino di Sandokan) spiegherà che il basso pontino era roba loro. Che negli anni Ottanta il “governatore” di Latina è Antonio Salzillo (morto ammazzato il 6 marzo 2009), nipote di Antonio Bardellino, fondatore del clan (morto nel 1988, corpo mai ritrovato). E che proprio Salzillo inizia a far seppellire nella discarica di Borgo Montello, «bidoni di rifiuti tossici, per ognuno dei quali prendeva cinquecentomila lire», racconta Schiavone.
Intanto, chiunque a Borgo Montello sa che nella discarica viene “sversato” di tutto. Nel 1995 l’Enea vi scopre, sotto terra, tre grandi ammassi metallici, due di 10 metri per 20, l’altro addirittura 50 per 50, sono tra 8 e 10 metri di profondità. L’ipotesi tornerà ad avanzarla l’allora Questore di Latina, Nicolò D’Angelo: «Da poliziotto, dico che quel che c’è sotto la discarica di Borgo Montello andrebbe monitorato approfonditamente…», spiega ai membri della Commissione parlamentare sulle ecomafie nel 2010.
Per dire, a metà anni Novanta un operaio licenziato dalla discarica racconta d’avere preso parte all’interramento, notturno, di molti fusti con sostanze tossiche, che sarebbero stati parte dei 10.500 stipati nella nave Zanoobia con le scorie tossiche di almeno 140 aziende chimiche europee. Nave che, dopo essere stata rifiutata dai porti di mezza Europa, nel 1988 attraccò infine a Ravenna. I fusti furono poi provvisoriamente spostati in un deposito dell’Emilia Romagna, però dopo non si seppe mai come, dove e quando furono smaltiti. «In discarica arrivavano camion proprio da quel posto dell’Emilia Romagna…», spiega Claudio Gatto, braccio destro di don Cesare per anni.
Il sacerdote tutto questo lo sa e non ne può più, pensa a quelli che vivono a Borgo Montello, teme per loro. Sa che nella discarica, specie di notte, arrivano camion a scaricare valanghe di rifiuti tossici: li vede dalle sue finestre. Sa che è appunto la camorra a tirarne le fila, sa che ci sono potenti coperture politiche dalla Capitale. Annota tutto, a penna, su quelle sue due agendine. Oltre tutto, il prete non ha mai fatto mistero di voler combattere quel traffico, come non è un mistero che il comitato dei cittadini contro la discarica abbia sede proprio nella parrocchia. A proposito, dopo l’assassinio di don Cesare, anche lo stesso comitato si scioglie nel giro di un paio di giorni… E Isabella Formica, nipote di don Cesare, ricorderà anni dopo che «nei giorni successivi all’omicidio di zio, ci furono colpi di pistola contro alcune abitazioni, credo per far paura a chi potesse avere visto o sentito qualcosa».
Roberto Mancini è il poliziotto che scopre il giro sporco di rifiuti tossici in Terra dei fuochi e in Italia, morirà di tumore per questo e gli daranno la Medaglia d’oro. Nella sua lunga informativa (239 pagine, frutto d’anni di indagini, datata dicembre 1996) annota meticolosamente «gli eventi verificatisi fra il 1988 e il 1996 in certi ambienti della provincia casertana e il loro ‘sbarco’ nel sistema finanziario e commerciale del basso Lazio». Eventi provati e provabili, Roberto conosce bene il suo mestiere. E si riferisce a «traffici così appetibili per la camorra» – sottolinea – perché «coniugano l’estrema remuneratività a una assicurata impunità».
Chi prova a indagare meglio su questa discarica e il massacro di don Cesare, è la Commissione parlamentare sulle ecomafie. Nella sua “Relazione finale sul ciclo dei rifiuti di Roma e fenomeni illeciti nel Lazio” (20 dicembre 2017), ad esempio, riporta quanto raccontato dal «testimone C»: nei primi anni Novanta, «tutti quelli che abitavano o lavoravano in zona, sapevano che i mezzi entravano in discarica e scaricavano dei fusti, bidoni da duecento litri in lamiera e altri in plastica, in mezzo ai rifiuti e che venivano mescolati e interrati coi mezzi della discarica».
Del resto, il 13 marzo 1996, sempre Carmine Schiavone racconta parecchie cose alla Polizia giudiziaria di Latina: «Il clan dei Casalesi da moltissimi anni ha avviato, nella provincia un’opera di infiltrazione e di investimento degli illeciti introiti comunque ricavati e a capo dell’organizzazione in terra pontina c’era Antonio Salzillo, nipote di Ernesto ed Antonio Bardellino». Poi si scatenò una guerra di camorra, i Bardellino furono spazzati via «e arrivammo noi». Schiavone spiega anche le modalità del gioco e quanto vale: «Mi diceva Salzillo, ai tempi in cui faceva ancora parte del nostro gruppo, che lui operava con la discarica di Borgo Montello» e lì «faceva occultare bidoni di rifiuti tossici o nocivi per ognuno dei quali mi diceva di prendere 500mila lire». Prezzo in linea col “mercato”: «Per distruggerli dovevano avere una attrezzatura speciale, per cui ci volevano due milioni e mezzo», cinque volte di più. Insomma, da queste parti va come nell’agro aversano, compreso l’accordo tra imprese, intermediari e casalesi, con pezzi di politica a fare da garante.
A proposito, a Borgo Montello vive Michele Coppola, uomo appunto dei casalesi sul suo conto, ancora in quella “Relazione finale”, la Commissione annota alcuni elementi. Primo, «il fattore incaricato dalla famiglia Schiavone per curare gli immobili acquistati a Borgo Montello è Michele Coppola». Secondo, dall’omicidio di don Cesare «gli investigatori esclusero completamente anche la pista della criminalità organizzata e «Coppola, residente all’epoca dei fatti a Borgo Montello, a ridosso della discarica, non è stato mai interessato dalle indagini, pur essendo già all’epoca un soggetto molto conosciuto nella zona ed essendo nota alla Polizia giudiziaria la detenzione di diverse armi da fuoco, fatto registrato nelle banche dati delle forze dell’ordine fin dagli anni ’80». Anzi – si legge ancora nella Relazione -, neanche «il successivo arresto di Coppola nell’ambito dell’inchiesta sul clan dei casalesi “Spartacus”, il 5 dicembre 1995, spinse gli inquirenti ad approfondire un eventuale coinvolgimento del clan nell’omicidio». Terzo, «in quella fase delle indagini (dal 30 marzo al 21 ottobre 1995, generosamente definite dalla stessa Commissione «per alcuni aspetti lacunose», ndr), particolarmente attivo era il maresciallo della stazione carabinieri di Borgo Podgora, Antonio Menchella».
Torna in mente che è la Regione Lazio fra il 1990 e il 1993 a dare il via libera allo stoccaggio di rifiuti pericolosi e speciali a Borgo Montello, ma con provvedimenti irrituali, tanto che saranno oggetto per anni di contenziosi amministrativi. Torna in mente l’audizione in Commissione parlamentare rifiuti, di Michele Cester, ex direttore della discarica di Borgo Montello, che il 27 giugno 2012 inizia così: «Vorrei fare subito una precisazione. Sono diventato direttore della discarica nel 1997 e da allora sono arrivati soltanto rifiuti urbani e assimilabili agli urbani. Può darsi che esistesse un ‘cattivo andazzo’, perdonatemi l’espressione, da parte di alcuni operatori locali nel mischiare a rifiuti assimilabili agli urbani, anche rifiuti che non lo erano strettamente». Poi parla al più di «pressappochismo e disinvoltura» nelle gestioni precedenti. Dopo racconta: «Una delle persone che lavorava in discarica mi ha detto che era cugino alla lontana di ‘Sandokan’. Gli ho detto che non capivo se fosse una presa in giro, una vanteria stupida o cos’altro, ma comunque non gli ho dato alcun peso».
E chissà perché, torna anche in mente una vecchia informativa della Polizia, che risale agli anni Novanta. Gli agenti pedinano un avvocato, ch’è uno dei più grossi broker italiani dei rifiuti (più o meno puliti…), lo seguono in lungo e largo per mezza Italia. Una mattina è a Roma, in compagnia di un socio, scendono da un taxi alle 11,40 in via della Scrofa, due passi da Montecitorio e da Palazzo Madama. Aspettano dieci minuti e arriva un terzo uomo: «Si salutano con familiarità» – annota la Polizia nell’informativa – poi, a piedi, «si recano in piazza Campo Marzio ed entrano nella Camera dei deputati». Ma la grossa, vera, sorpresa arriva dopo: alle 14,05, l’avvocato e il socio «escono (dalla Camera, ndr) e si recano nuovamente in via della Scrofa, entrando in un ristorante», di cui riportano nome e numero civico. Pochi minuti e «sopraggiunge prima un ministro, seguito di lì a poco da un altro ministro», i poliziotti quasi non credono ai loro occhi. Restano fuori e meno di un’ora vi entrano, «mossi dalla curiosità – scrivono loro stessi – e anche per verificare se i personaggi sotto controllo si fossero uniti ai parlamentari». Girano all’interno con discrezione, fingendo di scegliere un tavolo. Niente: «Nei vari locali del ristorante i personaggi non sono stati notati». Però «una saletta riporta la scritta evidente “Riservato” e si è ipotizzato pertanto che tutti l’abbiano occupata». Però impossibile sapere cosa stiano dicendosi. Alle 15,30 l’avvocato e il socio «escono e salgono a bordo di un taxi, a bordo del quale si allontanano». I ministri? Se ne vanno un quarto d’ora più tardi: «Alle 15,45 esce il primo e immediatamente dopo anche il secondo», annotano infine i poliziotti. Aggiungendo che il loro servizio di pedinamento quel giorno finisce alle 16 e che «sono state fotografate le persone che si sono incontrate, all’infuori dei ministri».
Ma torniamo a Borgo Montello e Latina. Un altro prete, da quelle parti e in quegli anni, se la passa niente bene: don Marco Schrott, in quegli anni parroco anche lui, a una decina di chilometri da Borgo Montello. «Nella prima settimana – racconta – mi affrontarono in tre con serie minacce, “Se non stai con noi, meglio che fai le valigie, perché ti facciamo piangere”, mi dissero con accento molto meridionale. Poi proseguirono persecuzioni mediatiche per molti anni, fino a un assalto in casa e poi un attentato alla mia vita in piena regola, poco prima che venisse trovato torturato e morto don Cesare Boschin, parroco e amico. Ci eravamo interessati di rifiuti da molti anni, ma non ci eravamo mai confrontati». Il vescovo «non cedette alle richieste insistenti dei boss di trasferirmi», però «l’uccisione di don Cesare mi fece capire che avrei potuto fare la stessa fine». Nel frattempo, scoprono diverse cose: per esempio che «enormi somme venivano addebitate alla cittadinanza per la spedizione dei rifiuti in Puglia, mentre venivano scaricati a pochi chilometri».
Don Luigi Ciotti nel 2005 va a Borgo Montello per commemorare don Cesare, vittima di mafia, e chiedere si riaprano le indagini. Che, a dirla tutta, ogni tanto vengono pure riaperte, come nel 2016, solo che nel 2001 il Tribunale di Latina aveva ordinato di distruggere i reperti dell’assassinio e il caso viene ancora archiviato: i familiari di don Cesare si oppongono, ma senza reperti la faccenda è praticamente chiusa. E domani saranno trent’anni dall’assassinio di don Cesare Boschin, parroco di Borgo Montello, Latina.
https://www.avvenire.it/attualita/pagine/trent-anni-di-buio-sull-assassino-di-don-cesare
DON CESARE, TRENT’ANNI SENZA UNA VERITA’

Preti uccisi dalle mafie. Storie di chi per amore del suo popolo non ha taciuto
Preti uccisi dalle mafie. Storie di chi per amore del suo popolo non ha taciuto
Hanno condannato pubblicamente le mafie e per questo sono stati uccisi dalla criminalità organizzata. A 30 anni dall’omicidio di don Cesare Boschin, ricordiamo tutti i preti che hanno pagato con la vita il loro impegno
Natalie Sclippa – Redattrice lavialibera
28 marzo 2025
Nella notte tra il 29 e il 30 marzo del 1995 don Cesare Boschin venne legato e ucciso sul suo letto nella canonica di Borgo Montello, una frazione di Latina. Si era trasferito dal Veneto e aveva iniziato a seguire i movimenti intorno alla discarica vicina alla sua parrocchia, in cui credeva si occultassero bidoni di rifiuti tossici. Cominciò ad annotare nelle sue agende il via vai dei camion, soprattutto di notte, mentre i suoi fedeli iniziavano ad ammalarsi. Gli approfondimenti di don Cesare non piacevano alla famiglia Schiavone, fondatrice del clan camorristico dei Casalesi, che in quelle zone possedeva terreni e pensava di agire indisturbata. Le indagini vennero chiuse in soli quattro mesi: gli inquirenti passarono dalla pista di una rapina finita male alla frequentazione degli ambienti gay. Di camorra nessuno parlò mai. A trent’anni dal suo omicidio, il caso rimane aperto, senza verità.
……
Fonte: https://lavialibera.it/it-schede-2230-preti_uccisi_dalle_mafie
Sono passati trent’anni, verità per don Cesare Boschin
Di Paolo Iannuccelli – 14/03/2025
Trent’anni senza verità, senza giustizia per un Martire. In una fredda mattina del 30 marzo 1995 il corpo di don Cesare Boschin, parroco di Borgo Montello, venne ritrovato incaprettato (con le mani e i piedi legati e una corda intorno al collo) dalla signora Rosato – la perpetua – nella sua camera da letto. In quel periodo curavo il servizio giornalistico per una tv privata. Fui il primo ad entrare nella stanza dell’orrore insieme a un caro amico che mi aveva avvertito del caso. Vidi il corpo del prelato ricoperto da lividi, la mascella e diverse ossa fratturate, la bocca incerottata. L’autopsia stabilì la morte per soffocamento provocato dalla dentiera ingoiata dal parroco. Gli assassini portarono via le due agende in cui don Cesare era solito annotare tutto, lasciando una croce in oro ed il portafoglio del sacerdote, che conteneva ottocentomila lire. Altri cinque milioni nascosti in un armadio furono rinvenuti due mesi dopo e donati alle missioni di Madre Teresa di Calcutta, alle quali era molto legato. Arrivarono il comandante provinciale dei Carabinieri colonnello Basso, il vescovo monsignor Pecile, qualche parrocchiano in lacrime. Le indagini, che furono inizialmente rivolte verso gli ambienti della tossicodipendenza, si conclusero quattro mesi dopo con l’archiviazione del caso. In quei i giorni susseguenti l’infernale delitto si respirava nel borgo un clima difficile da decifrare, in pochi si esprimevano sull’accaduto. Qualcuno, tra i possibili sospettati, sparì per qualche giorno. Al funerale, tenutosi al campo sportivo del borgo, tanti furono i sacerdoti presenti, una gran commozione si diffuse tra i fedelissimi e gli amici più stretti di don Cesare. Pochi i politici locali presenti alle esequie, in testa al corteo funebre solo il sindaco di Latina Ajmone Finestra con fascia tricolore e il consigliere comunale Ferdinando Gardosi.
Boschin – veneto – era stato un punto di riferimento cruciale per 40 anni per la vita economica, politica e sociale del Montello, oltre a svolgere l’opera pastorale che compete a un sacerdote. Il parroco era molto malato da tempo, anziano e non in grado di svolgere una vita regolare. La sua esecuzione appariva davvero spietata. Aveva paura di morire. Un mio caro amico, don Ennio Cannas – deceduto nel 2014 – si recò in pellegrinaggio a Santiago di Compostela; quando un confratello gli domandò come mai non fosse venuto don Cesare, Cannas gli rispose prontamente: “E’ stato ucciso. Lo scorso anno mi rivelò di avere paura, tanta paura, quasi un delitto annunciato”.
Il 29 luglio del 2009 don Luigi Ciotti chiese davanti al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano la riapertura dell’inchiesta sulla morte di don Boschin. Don Ciotti, sacerdote ed attivista da sempre in prima linea nella lotta contro i soprusi della criminalità organizzata in Italia e nel mondo, si era fatto portavoce delle richieste di un gruppo di abitanti di Borgo Montello che legava la morte del parroco ai traffici di rifiuti tossici smaltiti illegalmente dalla camorra nella discarica dei veleni che ha provocato lutti, malattie e un disastro ambientale di enormi proporzioni, cominciato nel 1970. Venivano segnalati agli organi competenti odori sgradevoli, quasi insopportabili, esalazioni malsane, emanate da sostanze organiche di decomposizione, tante persone malate di tumore tra gli abitanti in via Monfalcone. Cesare osservava i camion che transitavano di notte per recarsi in discarica. Forse arrivavano dal porto di Livorno, dove confluivano navi provenienti da nazioni africane, conosceva qualche giovane alla guida e fece di tutto per convincerlo a cambiare immediatamente lavoro.
Tanti dubbi, interrogativi irrisolti, poche certezze: ad oggi, il delitto di don Cesare Boschin rimane un mistero insoluto su cui speriamo si possa ancora far luce.
https://www.news-24.it/sono-passati-trentanni-verita-per-don-cesare-boschin/?cn-reloaded=1
Dopo ventotto anni ancora nessuna giustizia per Don Cesare Boschin.
31/03/2023
Un uomo, una donna, forse due uomini, chissà come è andata, nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1995. Si apriva, forse si scassinava il portoncino (non si è mai capito). Giunti al piano si re-cavano nella cameretta di Don Boschin. Non sappiamo cos’è successo, se hanno parlato, se Don Cesare era sveglio oppure dormiva, sappiamo che è stato legato ai piedi e alle mani imbavagliato e la dentiera caduta nella gola gli ha provocato un’asfissia. È stato ritrovato la mattina del 30 marzo 1995 dalla signora Franca, che come ogni mattina andava ad accudirlo e pulire le stanze della ca-nonica. Aveva il corpo pieno di lividi e la mascella fratturata. La sua agonia deve essere durata dai sei agli otto minuti di sofferenza atroce. Una morte dolorosa, crudele, sadica. Una morte che sa di punizione.
Basta questo per catalogarla come omicidio volontario, invece è stata catalogata come morte accidentale, non voluta. Le autorità competenti, hanno ritenuto che sarebbe bastato un esame au-toptico, anziché una doverosa autopsia.
L’autopsia (o esame post mortem) serve ad accertare, per quanto possibile, le cause, le modalità e i mezzi che hanno determinato il decesso. Con l’esame autoptico, in pratica, si cerca di risalire alle cause della morte mediante una sorta di indagine sulla salma.
Gli autori di questo terribile delitto non hanno compiuto una rapina, non sono stati prelevati soldi, sono soltanto sparite due tre agende.
Perché una mascella fratturata e un corpo pieno di lividi non sono bastati per far si che fosse disposta l’autopsia. Cosa volevano sapere gli autori dell’omicidio da Don Boschin? Perché tutta questa rabbia, questa cattiveria su un uomo moribondo, malato di tumore allo stato terminale? Forse non sapremo mai cosa chiesero a Don Cesare, perché l’incaprettamento? È sicuro che l’omicidio è stato commesso da professionisti con profonde conoscenze delle dinamiche criminali.
Don Cesare non avrà mai giustizia, a meno di un miracolo, perché dopo aver dato la vita, per una vita al Borgo è stato lasciato solo a morire. Forse si porta nella tomba segreti inimmaginabi-li, nessuno ha voluto davvero trovare il colpevole, sin dal primo momento, come se si avesse la sen-sazione di un fastidio da rimuovere al più presto. È incredibile come chiunque aveva un interesse, (ha fatto di tutto di tutto per depistare, che non si arrivasse mai alla verità.
Basta leggere i lavori delle commissioni bicamerale unificate di Camera e Senato sui rifiuti della XVI e XVII legislatura (presidenti Pecorella e Bratti) per avere un quadro molto chiaro su quello che è successo a Borgo Montello e nel sito della discarica di Borgo Montello dal 1975 al 2016, anno in cui Damiano Coletta ha chiuso il sito di Borgo Montello.
Rimane il rammarico che Don Cesare non abbia mai avuto giustizia, rimane il rammarico che la comunità abbia rimosso una pagina dolorosissima, forse per ignavia collettiva, non volendo percepire che dietro quel brutale e sadico assassinio si sia nascosta la legittima paura, che ha solo giovato a coloro che volevano farlo tacere.
https://www.news-24.it/dopo-ventotto-anni-ancora-nessuna-giustizia-per-don-cesare-boschin/
Don Cesare, quel prete di periferia che difendeva Borgo Montello
LINDA BANO – ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA
28 marzo 2022
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è dedicata alle persone meno note uccise dalla mafia e il cui numero cresce di anno in anno. Dal 1961 si contano circa 1031 vittime innocenti.
La figura del parroco ricopre spesso, nei paesi italiani, come un ruolo importante per la comunità, diventando punto di riferimento per i cittadini. Ad esso si rivolge chi ha problemi, dubbi, riflessioni o, a volte, anche segreti da confidare.
Lo sapeva bene Don Cesare Boschin, nato a Trebaseleghe, in provincia di Padova, l’8 marzo 1914 e ordinato sacerdote all’età di 28 anni, quando, dopo aver esercitato il suo magistero in molti paesi del nord Italia, venne collocato a Borgo Montello, frazione del comune di Latina, dove rimase per 40 anni.
Nel paese laziale la comunità aveva bisogno di parlare, confidarsi, ma anche confrontarsi con chi aveva rapporti e amicizie potenti. Don Cesare era perfetto, potendo vantare rapporti con alti esponenti della Democrazia Cristiana romana ed essendo sempre disponibile ad aiutare chi aveva bisogno.
I cittadini erano preoccupati per certi movimenti strani e certi odori sospetti che provenivano dalla zona della discarica. Ma non potevano parlare apertamente, non solo perché i gestori delle discariche sovvenzionavano i partiti, le associazioni, i giornali e le squadre di calcio della zona, ma anche perché la gestione dei rifiuti nel territorio era notoriamente in mano alla Camorra. La potente organizzazione mafiosa, infatti, aveva posto in Lazio una delle sedi dei suoi traffici illeciti, che le procuravano fiumi di denaro sporco.
Don Cesare Boschin, di fronte alle inquietudini dei suoi fedeli, non rimase inerte; non avrebbe potuto, lui non era fatto così. Quando vedeva un’ingiustizia, interveniva; quando i suoi concittadini avevano bisogno, lui li aiutava, qualunque fosse il problema. E non si tirò indietro nemmeno davanti al traffico di rifiuti tossici, altamente inquinanti e pericolosi per la salute umana, gestito dai clan camorristi a Borgo Montello. Nonostante gli ottant’anni d’età e il cancro ai polmoni, sostenne il comitato cittadino che aveva l’obiettivo di chiedere un intervento pubblico sulla discarica e prese appunti, numeri di targhe, orari, nomi di aziende che trasportavano rifiuti e scattò fotografie. Sollecitò l’intervento della politica e si rivolse persino al capitano dei carabinieri, rivelandogli quanto aveva saputo: tutto inutilmente. Espresse tutta la sua preoccupazione e il suo disappunto anche dal suo pulpito, in chiesa, la domenica, durante la messa, davanti a tutta la comunità locale e a quegli stranieri, sempre più numerosi, dal forte accento meridionale, che si stavano trasferendo nella zona.
Per il suo attivismo, per il suo non volersi fermare davanti a niente, nemmeno di fronte alle intimidazioni, alle minacce, ma anche per le sue aperte prese di posizioni anti Camorra, Don Boschin venne atrocemente punito.
LEGATO COME UN CAPRETTO
La mattina del 30 marzo 1995 l’anziano parroco venne trovato nella sua canonica sdraiato sul letto, “incaprettato” (mani e piedi legati da una corda che passava anche intorno al collo), con un cerotto intorno alla bocca, massacrato di botte; la morte era stata provocata dalla sua stessa dentiera che gli si era conficcata in gola in seguito ad un potete colpo. Nella sua stanza, messa a soqquadro mancavano soltanto le sue agende, il frutto di tutte le sue ricerche, mentre al loro posto erano le piccole somme di denaro che conservava.
Le indagini batterono dapprima la pista di un incontro omosessuale degenerato, poi si conclusero sommariamente dichiarando avvenuta un’aggressione a scopo di rapina ad opera di tre balordi polacchi poi rientrati frettolosamente nel proprio Stato. Il caso venne chiuso e, qualche anno dopo, i reperti raccolti nella scena del crimine vennero pure distrutti.
Dopo il tremendo omicidio, la popolazione perse il suo punto di riferimento e il comitato si sciolse: la malavita potè, indisturbata, continuare la sua attività illecita almeno per altri 20 anni, quando la dichiarazione di un pentito del clan dei Casalesi, Carmine Schiavone, fece accertare la presenza di pericolosi rifiuti tossici di derivazione industriale nella discarica di Borgo Montello, dando inizio, finalmente, a un’indagine. Vennero così motivati i tanti, troppi tumori di cui erano vittime gli abitanti del territorio e si riuscì a ipotizzare che cosa ci fosse sotto quella alta collina di un verde un po’ strano sorta in mezzo alla pianura.
Ad oggi, la discarica continua ad esistere, dopo essere stata persino ampliata mentre i responsabili del brutale assassinio del parroco sono ancora senza un volto e senza un nome, nonostante i continui appelli della famiglia Boschin perché chiunque sappia qualcosa, parli.
Dibattito streaming su Don Cesare Boschin: La Notte del Mistero
5 Marzo 2022

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Don Cesare a “Chi l’ha visto” – RAI 3
4 GIUGNO 2019
Servizio televisivo “Chi ha ucciso Don Cesare Boschin”

Chi ha ucciso don Cesare Boschin, il prete incaprettato e soffocato con la dentiera?
17 APRILE 2019
CRONACA ITALIANA di Mirko Bellis
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Chi ha ucciso don Cesare Boschin? Sono passati 24 anni da quella tragica notte, ma la morte del parroco di Borgo Montello rimane ancora senza colpevoli. Don Cesare si batteva contro i traffici di rifiuti tossici smaltiti illegalmente dalla camorra nel suo territorio. Tuttavia, questa pista non è mai stata seguita fino in fondo dagli inquirenti. “E’ stato ucciso con il metodo mafioso – ha affermato a Fanpage.it Isabella Formica, la nipote del sacerdote – . Ci furono perfino le “stese” di camorra per intimidire chi era della zona. E oggi lì si muore ancora di tumori e malattie”.
“Mio zio è stato assassinato secondo le modalità della camorra. Lo hanno trovato nel suo letto, privo di vita. Il corpo martoriato dalle botte. Le ossa frantumate. Incaprettato come un animale destinato al macello. La bocca sigillata con nastro adesivo come a sottolineare il fatto che avesse parlato troppo”. Soffocato dalla sua protesi dentale, ritrovata in gola. A parlare è Isabella Formica, la nipote di don Cesare Boschin, il sacerdote ucciso la notte tra il 29 e il 30 marzo 1995 a Borgo Montello, frazione alle porte di Latina. Un omicidio ancora senza colpevoli, in cui si intrecciano gli interessi dei clan camorristici di Casal di Principe, che proprio in quella zona dell’Agro pontino hanno sversato per anni rifiuti pericolosi. “Mio zio dalla sua camera della canonica – racconta Isabella Formica a Fanpage.it – poteva vedere gli andirivieni notturni dei camion da e per la discarica dei veleni”.
Don Cesare Boschin nasce nel 1914 a Trebaseleghe, in provincia di Padova. Arriva a Borgo Montello negli anni ’50 e – come ricorda la nipote – “si sente un po’ in famiglia”. L’Agro pontino, infatti, è abitato da tanti operai veneti chiamati a bonificare i territori paludosi del Basso Lazio. “I fedeli lo amavano – sottolinea Formica – riponevano una grande fiducia in lui. Aveva aiutato un po’ tutti a trovare un lavoro”.
La tranquillità di quelle terre agricole, tuttavia, non è destinata a durare a lungo. Dal 1971, a Borgo Montello esiste una discarica di rifiuti che con gli anni crescerà sempre di più. E presto diventa l’obiettivo degli appetiti criminali della camorra. Come ha raccontato Carmine Schiavone, l’ex cassiere del clan dei casalesi diventato poi collaboratore di giustizia, già dagli anni ’80 l’organizzazione si interessa a Borgo Montello, Formia e gli altri paesi della provincia di Latina. I clan acquistano masserie e terreni dove iniziano a sversare rifiuti pericolosi di ogni tipo. Una “Terra dei fuochi” a poco più di 60 chilometri da Roma. “Un business più redditizio della droga – ha precisato Schiavone – possibile solo grazie agli intrecci tra politica e malavita”.
Gli abitanti di Borgo Montello, però, cominciano a lamentarsi degli odori nauseabondi che provengono dalla discarica. Sono allarmati anche dagli strani movimenti di camion che arrivano di notte in paese. Decidono quindi di formare un comitato che si ritrova proprio nella parrocchia Santissima Annunziata di don Cesare. Il sacerdote partecipa di rado alle riunioni. E’ anziano e un cancro ai polmoni lo costringe a passare gran parte del suo tempo in camera. Sebbene malato, non rinuncia a stare dalla parte dei suoi parrocchiani perché, dice, “i rifiuti inquinano non solo la terra ma le coscienze”.
Don Boschin inizia ad annotare sulle sue agende il via via sospetto di tutti quei camion. A guidare i mezzi sono spesso i ragazzi del posto che, in cambio di lauti compensi, non hanno scrupoli a sversare rifiuti tossici per conto dei camorristi. Il parroco, che quei giovani li conosce ad uno ad uno, si rende conto delle infiltrazioni mafiose a Borgo Montello e decide di informare un potente politico della Democrazia cristiana a Roma su quanto sta accadendo. Ma allo stesso tempo ha paura. “La sera in cui venne assassinato – continua Formica – aveva ricevuto la visita di don Mariano, il parroco che era stato mandato a sostituirlo. Al momento dei saluti, lo zio lo aveva pregato di tenergli compagnia, di non lasciarlo solo perché aveva paura di morire”.
Verso le 9 del mattino del 30 marzo 1995, il corpo senza vita di don Cesare Boschin viene ritrovato da Franca Rosato, la perpetua che come ogni giorno è andata ad accudirlo. Davanti agli occhi della povera donna si presenta una scena orribile: il sacerdote di 81 anni è sdraiato sul suo letto, ha mani, piedi e collo legati. Un omicidio in stile mafioso. Il corpo è ricoperto di lividi. La mascella fratturata. Le percosse subite gli hanno fatto ingoiare la dentiera. “Morte per soffocamento” stabilirà l’autopsia.
“Chi lo ha ucciso ha voluto inscenare un furto mettendo a soqquadro i cassetti della sua stanza”, precisa Formica. Nella prima fase delle indagini, infatti, i carabinieri di Latina seguono esclusivamente la pista della rapina finita male, opera di qualche balordo. Vengono ascoltati alcuni tossicodipendenti e altri soggetti conosciuti per reati minori, ma senza che emerga alcun indiziato. C’è un punto che fa riflettere: il denaro di don Cesare non è stato sottratto. Al polso, inoltre, ha ancora l’orologio. A mancare, invece, sono le agendine nelle quali il parroco annota tutto, compresi gli strani traffici di camion che avvengono di notte a Borgo Montello.
Nessuno degli inquirenti mette in relazione l’omicidio del sacerdote con la discarica. Eppure, qualche elemento ci sarebbe, visto che proprio a ridosso del centro di smaltimento rifiuti vive Michele Coppola, di Casal di Principe, all’epoca già noto alla polizia per detenzione di armi da fuoco e per i suoi legami con i vertici del clan. Anche il successivo arresto di Coppola – avvenuto il 5 dicembre 1995 nell’ambito dell’inchiesta “Spartacus” – non spinge gli investigatori ad approfondire un eventuale coinvolgimento della camorra nella morte di don Cesare.
Il 2 maggio 1996 vengono iscritti nel registro degli indagati un sacerdote colombiano e un cittadino polacco senza fissa dimora, che il giorno del delitto aveva lasciato precipitosamente Borgo Montello. Il procedimento a loro carico, comunque, si conclude il 2 novembre 1999 con l’archiviazione. E sull’omicidio di don Cesare cala il silenzio. “Ha aiutato molta gente ma è stato dimenticato in fretta – si lamenta Formica – in pochi si sono fatti avanti per denunciare i traffici illeciti di rifiuti, credo per paura di finire come lui”. “Nei giorni seguenti al suo omicidio – prosegue la nipote del prete assassinato – ci sono state delle sparatorie a Borgo Montello. Colpi esplosi verso le abitazioni, suppongo per intimorire chi potesse aver visto o sentito qualcosa”. Le chiameremmo stese di camorra, oggi. “Oggi quel comitato contro l’inquinamento di quella zona è solo un vago ricordo – ha detto Claudio Gatto, un amico di don Cesare – la sua uccisione è stata determinante per la cessazione di tutte le attività delle persone che ne facevano parte”.
Don Luigi Ciotti, il fondatore dell’associazione Libera, ritiene che i mandanti e i responsabili diretti dell’uccisione dell’anziano parroco “siano da cercare negli ambienti della criminalità organizzata e dell’ecomafia”. E nel 2009, durante un convegno in cui è presente anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, chiede la riapertura dell’inchiesta. “Chi sa deve parlare, perché a don Cesare, come alle altre vittime della criminalità organizzata, dobbiamo verità e giustizia”, tuona il presbitero e attivista contro le mafie. “Don Ciotti è stato uno dei pochi a farsi carico del caso di mio zio – afferma Formica – purtroppo anche quella volta le indagini sono state chiuse senza arrivare a scoprire nulla”.
Nel 2016, Stefano Maccioni, l’avvocato della famiglia Boschin, fa riaprire il caso. Nuovi elementi come le tracce sul nastro adesivo usato dal killer, le macchie di sangue su un asciugamano e il momento del decesso (che andrebbe spostato indietro di alcune ore), inducono la procura di Latina ad accogliere l’istanza del legale, assistito da un pool di specialisti. “Nel 2001, con un’ordinanza del tribunale di Latina, sono stati distrutti i reperti dell’omicidio”, dichiara l’avvocato Maccioni a Fanpage.it. “Abbiamo due impronte però non ci sono più i reperti per cui non è stato possibile realizzare l’esame del Dna”. E il caso della morte dell’anziano parroco viene di nuovo chiuso.
A nutrire dubbi sulle indagini della morte di don Cesare, infine, è la commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali. Nella relazione del dicembre 2017, inoltre, si legge che “le indicazioni, anche se parziali, fornite da alcuni testimoni su una eventuale pista investigativa riconducibile ai traffici illeciti di rifiuti non venne seguita fino in fondo”.
Il ricordo di Don Cesare, simbolo della lotta alla mafia.
Chi ha ucciso don Cesare Boschin è ancora senza volto. Una cosa è certa: il parroco veneto è diventato un simbolo della difesa dell’ambiente contro la criminalità. A Borgo Montello, una piazza-giardino e l’oratorio portano il suo nome. Ma è con il suo coraggio che don Cesare ha lasciato il segno: nel piccolo centro laziale è sorto il presidio Sud Pontino di Libera, intitolato alla sua memoria. Un modo per continuare la sua battaglia contro gli interessi criminali dei clan camorristici. “Al di là della morte orribile di mio zio – conclude Formica – rimane il fatto che gli abitanti di Borgo Montello continuano a vivere accanto a rifiuti tossici. Tutte le famiglie hanno avuto chi la madre, chi il figlio o un parente ammalati e morti di cancro. E continuano a morire perché i rifiuti sono ancora là sotto”.
Delitto di Don Boschin, la verità nelle parole di un suo stretto collaboratore?
22 agosto 2017 – Latina
Potrebbe essere Don Felipe la persona informata sui fatti che verrà ascoltata dopo la riapertura delle indagini sulla morte di Mons. Cesare Boschin, il coraggioso parroco di Borgo Montello, ucciso nel 1995. Don Felipe in quei giorni era uno stretto collaboratore dell’anziano prelato barbaramente ucciso, per cui la sua testimonianza potrebbe essere utile agli inquirenti. Monsignor Cesare ha sempre avversato la presenza della discarica di rifiuti a Borgo Montello, battendosi per anni in modo evidente e concreto.
Don Felipe nato a Jardin in Colombia nel 1948, e ordinato sacerdote nel 1975 a Medellin, si è trasferito una prima volta a Roma dal 1988 al 1990 per studiare e laurearsi in teologia biblica. Conseguita la laurea è ritornato nel suo paese ma nel 1991 viene accusato dalla polizia colombiana di essere un guerrigliero comunista e solo grazie all’aiuto del vescovo monsignor Eladio Acosta Arteaga, in collaborazione con l’allora vescovo di Albano monsignor Dante Bernini, trova riparo in Italia. Qui, dopo aver prestato servizio pastorale per quattro mesi a Borgo Montello nel 1995, diviene parroco nell’ottobre del 1991 della chiesa di San Giuseppe di Casalazzara dove rimane fino al febbraio 2002, data in cui viene trasferito nella chiesa dello Spirito Santo del quartiere Toscanini a Aprilia.
Paolo Iannuccelli
Latina
Delitto di don Cesare Boschin, interrogatori della Dia di Napoli sui conti correnti del parroco
Pubblicato il 23 luglio 2017 su Sei Colonne L’informazione a tutta pagina
di PAOLO IANNUCCELLI
Grosse novità riguardo la morte di don Cesare Boschin, il parroco del Montello, borgo alle porte di Latina. La Direzione Investigativa Antimafia di Napoli, alla quale quale è affidato il caso dopo la riapertura, starebbe interrogando alcune persone molto vicine al sacerdote, un precursore di battaglie ambientaliste.
Sarebbero spuntati, dopo accurate ricerche, due conti correnti bancari intestati al prelato sui quali sarebbero state versate somme molto consistenti, cifre da fare riflettere attentamente gli investigatori. Chi consegnò quel denaro al parroco? Chi aveva interesse a compiere quel gesto? Una cosa è certa: il sacerdote non ha speso nemmeno una lira di quei soldi, non risultano prelevamenti, non si è arricchito. Il mistero è fitto ma gli investigatori – molto attivi e competenti – stanno lavorando con estrema cura.
Era la mattina del 30 marzo 1995. Delitto senza colpevoli per ora: la pista della rapina compiuta da balordi si arenò. Ma adesso, al termine di una lunga battaglia di comitati civici e associazioni come Libera di don Luigi Ciotti, l’inchiesta sull’omicidio di don Cesare Boschin, il prete «anti-discarica» massacrato a 80 anni nella sua parrocchia, torna alla ribalta.
Il riserbo sui nuovi elementi posti all’attenzione della magistratura è alto, ma qualcosa è trapelato. Nell’ultimo periodo, il pool costituito dall’avvocato di parte lesa Stefano Maccioni ed al quale collaborano la criminologa Immacolata Giuliani, il medico legale Luigi Cipolloni e Lorenzo Zanon, il sindaco di Trebaseleghe (Padova) paese di cui era originario don Cesare, ha riesaminato le circostanze del delitto avvenuto nella chiesa di Montello e concentrato l’attenzione su tre elementi: le tracce sul nastro adesivo usato dal killer, le macchie di sangue su un asciugamano e il momento del decesso, che andrebbe spostato indietro di alcune ore.
Don Cesare aveva il corpo ricoperto da lividi, la mascella fratturata, la bocca incerottata. Morì per soffocamento. Dalla canonica furono portate via le due agende del sacerdote e non 800mila lire contenute nel portafoglio, particolare che fa prevalere altri moventi rispetto a quello ipotizzato all’inizio, della rapina conclusa tragicamente. E’ stata colpita la coerente ed incessante linea del parroco nella battaglia contro la discarica di Borgo Montello. Don Boschin aveva raccolto le confidenze di parrocchiani che riferirono di fusti interrati di notte e di alcuni genitori, insospettiti dal fatto che i figli avessero un’improvvisa disponibilità di danaro al ritorno da viaggi a bordo di tir. «Speriamo di vederci domani», diceva il prete a chi passava a salutarlo. Aveva paura. E’ stato facile profeta.
CRONACHE DEL MARZO 1995 E DI OGGI
Rassegna stampa

Latina, quello strano delitto di don Cesare negli atti parlamentari. Cipriani rispolvera l’interrogazione di Piscitello
20 ottobre 2016
Da Rita Cammarone – -www.latinacorriere.it

Il libro di Felice Cipriani “Quello strano delitto di don Cesare” sarà presentato a Roma il 7 novembre prossimo. Nelle pagine del libro-inchiesta sul giallo irrisolto dell’Agro Pontino, per il quale si continua a chiedere giustizia: don Cesare Boschin, parroco di Borgo Montello, fu brutalmente assassinato nella notte tra il 29 e 30 marzo 1995. Nelle pagine di Cipriani si ripercorre la vita e la morte del sacerdote “ecologico” che prima di tutti denunciò il traffico di rifiuti sui campi attorno dei suoi parrocchiani. E mentre i familiari di don Cesare hanno recentemente chiesto alla Procura di Latina di riaprire le indagini, potendo così accedere ai fascicoli dell’impolverata quanto inconcludente inchiesta, Cipriani continua la sua ricerca per la verità.
Il giornalista scrittore, infatti, ha contattato Calogero Piscitello che nel corso della XIII Legislatura presentò un’interrogazione ai ministri dell’interno, di Grazia e Giustizia, delle Finanze e dell’Ambiente per chiedere conto delle ragioni della sottovalutazione dell’impegno pastorale di don Boschin contro le presenze mafiose sul territorio e delle iniziative della comunità religiosa di Borgo Montello contro gli alti inquinamenti ambientali e politici determinati dalla discarica. Con la sua interrogazione Piscitello, ad un anno del delitto, chiedeva le ragioni del mancato risanamento ambientale di Borgo Montello e se fossero stati controllati gli atti relativi alle compravendite dei terreni per l’individuazione dei reali proprietari delle attività imprenditoriali ubicate a ridosso della discarica stessa e ancora se fosse corrisposta al vero la notizia secondo cui si sarebbe voluta realizzare nella stessa zona di Borgo Montello un mega-inceneritore per rifiuti urbani e speciali. Molti di questi interrogativi mantengono, a distanza di venti anni, la loro attualità non soltanto per la soluzione del giallo relativo all’assassinio del sacerdote ma anche per il destino degli abitanti di Borgo Montello. Cipriani è a caccia della risposta fornita dagli allora ministri interrogati dal deputato del gruppo misto.
La memoria di don Cesare Boschin è ancora viva nel borgo di Latina; negli ultimi anni il sacerdote, originario di Trebaseleghe in provincia di Padova, è diventato simbolo della lotta alle mafie.
Il 30 settembre scorso, Damiano Coletta, sindaco del capoluogo pontino, in un incontro con gli abitanti di via Monfalcone in cui si discuteva sul “ristoro” per la presenza della discarica, fonte di 40 anni di disagi, ha detto di voler intitolare un luogo, una strada o una piazza di Latina a don Cesare, paladino della legalità.
Nota fuori testo: Ricordiamo al Sig. Sindaco Coletta che proprio a Borgo Montello esiste già un “Piazzale Mons. Cesare Boshin”, con tanto di targa stradale ufficiale, a suo tempo inaugurato dall’allora Sindaco Zaccheo).

TESTO INTEGRALE DELL’INTERROGAZIONE PARLAMENTARE DELL’ON. CALOGERO PISCITELLO
12 APRILE 1997
XIII Legislatura della repubblica italiana
Ai Ministri dell’interno, di grazia e giustizia, delle finanze e dell’ambiente. – Per sapere – premesso che: in data 30 marzo 1995, in Borgo Montello, nel territorio del comune di Latina, sul quale insiste da anni una discarica di rifiuti dell’intera provincia pontina, fu assassinato il parroco, Don Cesare Boschin; a tutt’oggi non sono stati individuati ne’ il movente di tale assassinio, ne’ i mandati, ne’ gli esecutori; era noto a tutti l’impegno pastorale di Don Boschin contro le famiglie della criminalita’ organizzata, che da anni investono i loro capitali nel territori di Borgo Montello, zona vicina ai comuni di Latina e di Aprilia, notoriamente ad alta densita’ mafiosa; la presenza su quel territorio della criminalita’ organizzata e’ caratterizzata da precedenti episodi criminosi (si veda l’assassinio dell’avvocato Maio di Aprilia) -: le ragioni della sottovalutazione dell’impegno pastorale di Don Boschin contro le presenze mafiose sul territorio e delle iniziative della comunita’ religiosa di Borgo Montello contro gli alti inquinamenti ambientali e politici determinati dalla discarica in questione; le ragioni del mancato risanamento ambientale di Borgo Montello; se siano stati controllati gli atti relativi alle compravendite dei terreni per l’individuazione dei reali proprietari delle attivita’ imprenditoriali ubicate a ridosso della discarica stessa; se risponda al vero la notizia secondo cui si vorrebbe realizzare nella stessa zona di Borgo Montello un megainceneritore per rifiuti urbani e speciali. (4-09212)


Lettera ai giornali
MAGGIO 2016
Perché l‘uccisione di Don Cesare Boschin.
Da oltre un mese sulla stampa locale della provincia di Latina viene riproposta la drammatica storia dell’uccisione del parroco di Borgo Montello Mons. Cesare Boschin.
Complice il libro da me scritto su quello “Strano Delitto”.
I cronisti nei loro articoli hanno scritto molto sull’episodio dell’uccisione e di quella drammatica notte del 30 marzo del 1995 e poco sulle circostanze che l’hanno determinata e cioè la discarica.
Come si sa le terre che ospitano discariche si tirano dentro tanti altri problemi. Oltre alle conseguenze ecologiche e sanitarie, intorno al ciclo dei rifiuti sono girati milioni di lire e girano milioni di euro che attirano la criminalità organizzata.
Secondo il racconto di Carmine Schiavone, a Borgo Montello era nata la prima Gomorra dei rifiuti industriali: per ogni bidone il clan riceveva cinquecentomila lire, ha raccontato nel 1996 ai carabinieri. Fusti interrati almeno fino alla fine degli anni ’80 diceva. E poi scarti dell’industria farmaceutica, come racconta Sergio un cacciatore che scalava le montagne di fiale abbandonate per raggiungere le prede.
Gli abitanti di Borgo Montello si sono opposti alla discarica e al suo ampliamento con petizioni, manifestazioni, cortei per il borgo. Hanno protestato presso le istituzioni, preso le manganellate, sono stati ingannati dal sindaco del comune di Latina, che si schierò davanti ai cancelli per protesta e dopo alcuni mesi fece approvare una delibera che creava le condizioni per l’ampliamento della discarica.
Più di qualcuno ha perso la vita per forme di cancro e malattie la cui causa sospetta è dovuta ai miasmi, al percolato, alle polveri e all’inquinamento dell’aria e dell’acqua per via della discarica.
Don Ciotti nella prefazione del libro dice che son partito da lontano, sì! Mi sono soffermato, molto sulla storia e le vicende del territorio per far risaltare ancor di più l’insensibilità e le responsabilità di chi l’ha governato e amministrato, consentendo il deturpamento e il disastro ambientale di una zona di grande valenza ambientale, e storico-culturale.
I rifiuti al posto degli Etruschi, Volsci e Romani e della antica città di Satricum, al posto del fascio/comunismo, i rifiuti al posto del martirio cristiano, dell’epica battaglia del grano, al posto della bonifica, i rifiuti sui coloni veneti e a confine di una città nuova, che in quanto tale poteva benissimo organizzare un diverso modo per smaltirli. Per fare un quadro completo della discarica occorrerebbe un ricercatore d’archivio che lavori mesi e mesi nel vagliare documenti, atti amministrativi del comune di Latina, Regione Lazio, sentenze del Tar, Camere di Commercio di mezza Italia, atti giudiziari, Asl, Enea, ecc. Nel mio libro ho dovuto sintetizzare il tutto avvalendomi di studi e ricerche fatti da organizzazioni e associazioni qualificate. Al di la delle carte di una cosa mi sono convinto, ed è che tutto quello che ha ruotato attorno alla discarica sa di malaffare, malcostume, ladrocinio, inquinamento del territorio e delle coscienze. Su Borgo Montello vi è stato un accanimento di malcostume che ha visto coinvolte anche le Istituzioni. Tutti hanno contribuito a stuprare questo territorio. Da Industrie del Nord, del Sud e del Centro. A questo va aggiunto che le scelte operate dalle pubbliche amministrazioni hanno solo favorito le infiltrazioni malavitose che prendono il nome di camorra e mafia. E da qui che bisogna partire per capire il perché della uccisione di Don Cesare Boschin. Su Don Cesare si sono addensati sospetti immorali. Io ne ho ricostruito la storia sin dalla sua giovinezza per far capire di che “qualità” era questo sacerdote e quanto era il suo amore per la missione sacerdotale. Ho insistito sugli aspetti dell’etica e della morale.
Felice Cipriani, scrittore della Memoria.
Intervista di Claudio Gatto a “RADIOCUSANOCAMPUS” sul caso irrisolto dell’omicidio di Don Cesare Boschin
NOVEMBRE 2014
DON CESARE – NOSTRO PARROCO PER 40 ANNI

Gli eroi sono tutti giovani e belli. Forse in pochi conoscono Don Cesare perché aveva ben ottantuno anni quando fu assassinato nella sua canonica a Borgo Montello, frazione rurale di Latina. La mattina del 30 marzo 1995 lo trovarono legato al letto e incaprettato, il corpo ricoperto di lividi, la mascella fratturata. Le botte furono così tante che gli fecero ingoiare la dentiera, fino a soffocarlo. “Prete ucciso nel letto” titolò l’indomani il Corriere della Sera.
La storia fece clamore, poi rapidamente si spense. La memoria di Don Cesare fu offesa, violentata e poi oscurata. Prima dissero: “E’ una rapina finita male” ma i soldi delle offerte erano intatti. Poi insinuarono la frequentazione di prostituti stranieri intrattenuti per soldi. Un’autentica calunnia senza prove. Le indagini si arenarono in fretta e non si arrivò neanche al processo.
Da anni stiamo percorrendo la difficile strada verso la GIUSTIZIA e la VERITA’. Un percorso che sta portando alla luce collegamenti a persone e fatti che a suo tempo furono coperti e sottaciuti. Ciò emerge dai documenti e dai filmati riportati anche sulle altre pagine di questo sito.
DON CESARE BOSCHIN: BREVE BIOGRAFIA
(fonte : Wikipedia)
Cesare Boschin (Trebaseleghe, 8 ottobre 1914 – Borgo Montello, 29 marzo 1995) è stato un presbitero italiano misteriosamente assassinato.
Il suo omicidio è tuttora irrisolto. Associazioni locali e movimenti nazionali come Libera ritengono che sia stato ucciso perché si oppose alle infiltrazioni della camorra nel Lazio.
Don Cesare Boschin nasce a Silvelle di Trebaseleghe, in provincia di Padova, terzo di otto figli. Il padre Giuseppe è un muratore, la madre Clementina Cazzaro è casalinga. Frequenta la scuola e la parrocchia nella frazione di Silvelle, quindi a Piombino Dese. Entra nel seminario di Treviso ma deve lasciarlo per le difficoltà economiche della famiglia che non può permettersi la retta. Accolto nella Piccola Casa della Divina Provvidenza di don Luigi Orione, riprende gli studi prima a Tortona, quindi a Genova.
Il 12 luglio 1942 viene ordinato sacerdote nel Santuario della Madonna del Caravaggio a Fumo, frazione del comune di Corvino San Quirico, paese del quale sarà viceparroco negli anni della seconda guerra mondiale.
Nel 1945 viene trasferito a Roma, quindi ad Anzio per assistere la popolazione duramente colpita dagli eventi bellici. Nel 1950 accetta la proposta del vescovo di Albano di occuparsi della ricostruzione della chiesa di Santa Maria Goretti a Le Ferriere, nel comune di Latina. Per via delle sue origini, decidono di affidargli anche la vicina parrocchia della Santissima Annunziata a Borgo Montello, popolata in larga parte da emigranti veneti.
Don Cesare è attivissimo: fonda l’Azione Cattolica e promuove diverse iniziative per i giovani del borgo.Cerca di alleviare la fame e la povertà, trovando lavoro agli sfollati o la terra per i contadini.
Nel corso degli anni sessanta per il suo attivismo deve subire attacchi e calunnie. Alla proposta del vescovo che vuole inviarlo in un’altra parrocchia per salvarlo dai pettegolezzi, don Cesare annuncia che preferisce restare a Borgo Montello e “portare la sua croce”.
La mattina del 30 marzo 1995 il suo cadavere venne ritrovato incaprettato (con le mani e i piedi legati e una corda intorno al collo) dalla perpetua nella sua camera da letto.
Venne rinvenuto con il corpo ricoperto da lividi, la mascella e diverse ossa fratturate, la bocca incerottata. L’autopsia stabilì la morte per soffocamento provocato dalla dentiera ingoiata dal parroco per via delle percosse.
Gli assassini portarono via le due agende in cui don Cesare era solito annotare tutto, lasciando una preziosa croce in oro, il portafoglio del sacerdote che conteneva ottocentomila lire. Altri cinque milioni nascosti in un armadio furono rinvenuti due mesi dopo e donati – secondo le sue disposizioni – a Madre Teresa di Calcutta.
Le indagini furono inizialmente rivolte negli ambienti della tossicodipendenza. Si ritenne che don Cesare fosse stato ucciso dopo un tentativo di rapina andato a male da parte di alcuni ragazzi di una vicina comunità di recupero. Questa tesi fu sposata anche dall’allora vescovo di Latina, Domenico Pecile, nell’omelia del funerale.
La teoria della rapina non riuscì però a giustificare il fatto che i presunti ladri non avessero prelevato il denaro dalla canonica. Le inchieste, allora, puntarono ad approfondire alcuni voci che avevano iniziato a girare a Borgo Montello subito dopo l’omicidio: si diceva che don Cesare frequentasse gli ambienti gay clandestini della zona. La notte della sua morte, il parroco avrebbe ricevuto dei ragazzi per un incontro sessuale, ma la situazione era degenerata. Le voci furono prontamente smentite dai parrocchiani del borgo. La procura comunque fermò e interrogò alcuni giovani polacchi ma le indagini si conclusero quattro mesi dopo con l’archiviazione del caso. Il 29 luglio del 2009, durante un convegno a Roma don Luigi Ciotti chiese davanti al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano la riapertura dell’inchiesta sulla morte di don Boschin. Il suo appello fu subito fatto proprio da diverse associazioni antimafia del Lazio, nonché dall’Azione Cattolica della diocesi di Latina e dall’Agesci pontina. Don Ciotti si era fatto portavoce a livello nazionale delle richieste di un gruppo di cittadini di Borgo Montello che legava la morte del loro parroco ai traffici di rifiuti tossici smaltiti illegalmente dalla camorra in una vicina discarica. Traffico che è stato confermato negli anni da numerosi pentiti e che ha ritrovato riscontri dopo il ritrovamento nell’estate dello stesso anno di rifiuti tossici interrati nella zona.
Nei mesi precedenti alla morte di don Cesare, la popolazione residente nei dintorni della discarica, per protestare contro strani miasmi che si erano intensificati nel tempo, aveva costituito un comitato di protesta. Il parroco aveva accettato di ospitare il comitato nei locali della chiesa. Il comitato, nelle sue richieste di legalità e giustizia, iniziò a sospettare traffici illeciti nel territorio. I sospetti trovarono le prime conferme dopo la denuncia di uno dei giovani disoccupati locali impiegati dalla criminalità organizzata per trasportare i rifiuti nella discarica. Don Cesare e il comitato civico riuscirono a convincere l’allora sindaco di Latina Ajmone Finestra a richiedere l’analisi del terreno per rilevare eventuali contaminazioni. Il comitato iniziò a subire le prime ritorsioni per la sua battaglia: nel borgo comparvero scritte minacciose, le case di alcuni membri furono oggetto di sparatorie, lo stesso don Cesare subì diverse intimidazioni. Una settimana prima dell’omicidio, il parroco si sarebbe recato a Roma per chiedere la fine dei traffici ad alcuni politici della ormai disciolta Democrazia Cristiana, alla quale si era rivolto in passato per trovare lavoro ad alcuni suoi parrocchiani. Successivamente avrebbe incontrato il capitano provinciale dei carabinieri per le stesse ragioni. La sua morte sarebbe stata quindi una vendetta della criminalità organizzata per stroncare la protesta dei residenti. In effetti, subito dopo l’omicidio, il comitato si sciolse e sulla discarica scese il silenzio. Le stesse modalità della morte, con l’incaprettamento tipico degli omicidi mafiosi, sarebbero secondo Libera una conferma della pista camorristica. Alla sua morte sarebbe legato anche l’omicidio dell’avvocato Enzo Mosa a Sabaudia il 2 febbraio del 1998. In una recente intervista a Lazio Tv, il pentito di camorra Carmine Schiavone ha sostanzialmente confermato che “Don Cesare è stato ucciso per questi motivi, perché aveva capito qualcosa”.



Riportiamo un documento importante tratto dagli ATTI PARLAMENTARI 2011 riguardante la tragica morte di Don Cesare
FONTE – Indirizzo WEB – Atti Parlamentari
http://leg16.camera.it/410?idSeduta=0512&tipo=atti_indirizzo_controllo
XVI LEGISLATURA
Allegato B
Seduta di mercoledì 3 agosto 2011
ATTI DI INDIRIZZO
… omissis …
…….l’esame della realtà economica e dei risultati ottenuti dalle locali Forze di Polizia portano a ritenere “a rischio” di infiltrazione mafiosa lo smaltimento dei rifiuti e le costruzioni edili in generale – con specifico riguardo alla movimentazione terra, asfalti, bitumi e cemento. La provincia pontina, inoltre, è interessata dall’operatività di sodalizi criminali capaci di condizionare le procedure amministrative per il rilascio di concessioni ed autorizzazioni nel settore commerciale ed edilizio nonché le gare per l’assegnazione di appalti pubblici»; in questo contesto è fondamentale ricordare quello che accadde il 29 marzo 1995 in provincia di Latina quando venne ucciso il parroco di Borgo Montello, dove ha sede la grande discarica di rifiuti della provincia di Latina e di alcuni comuni del sud di Roma, Don Cesare Boschin. Il parroco, ottantunenne, fu ucciso in modo barbaro, soffocato con la propria dentiera conficcata nella gola dopo essere stato aggredito selvaggiamente, legato mani e piedi e imbavagliato con il nastro adesivo, con ai suoi piedi un asciugamano sporco del suo sangue. Anomalo risulta ancora il fatto che in seguito all’aggressione violenta nei riguardi di don Cesare Boschin non furono portati via denari pure presenti nella stanza dell’aggressione ma due agende non più ritrovate. Un omicidio condotto con una modalità chiaramente mafiosa, denso di segnali inquietanti e rimasto a tutt’oggi senza movente, autori e mandanti, per il quale anche Don Ciotti, presidente di Libera, ha chiesto la riapertura delle indagini. Non certo un omicidio per rapina, considerando che il portafogli del parroco era ancora intatto vicino al suo corpo con all’interno ben 800 mila lire. È con ogni probabilità infatti che la morte dell’anziano parroco sia avvenuta in seguito alle sue denunce relativamente al traffico notturno internazionale di rifiuti tossici che coinvolgevano la discarica, condotto per mezzo delle tristemente note «navi dei veleni». Si ricorda che questi sospetti furono confermati dalle dichiarazioni rese dal pentito Carmine Schiavone -:
se non ritengano opportuno destinare maggiori risorse per l’organico delle forze dell’ordine e degli strumenti tecnologici e mezzi loro necessari per contrastare il fenomeno del radicamento delle mafie e dei loro interessi nel tessuto economico, sociale e politico della provincia di Latina, anche alla luce del caso ancora irrisolto dell’efferato omicidio di don Cesare Boschin anche con l’obiettivo della creazione in loco di una sede distaccata della divisione investigativa antimafia e della Dda; se non ritengano necessario attivare un controllo serrato da parte degli organi di vigilanza e controllo sia sul sistema degli appalti, delle concessioni e delle consulenze in tutti i comuni della provincia pontina e sulla stessa amministrazione provinciale, sia sull’azione imprenditoriale condotta dalle numerose cooperative agricole dell’agro pontino, in particolare quelle presenti nei comuni di Formia, Fondi, Sperlonga, Terracina, San Felice Circeo, Sabaudia e Latina e sui titolari delle medesime.
(4-12995)